CNSAS Club Alpino Italiano
Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico
Servizio Regionale Lombardia
CAI

Rassegna Stampa

Frana di Punta Thurwieser - Valfurva (SO), 19 settembre 2004


Anche ieri scariche di massi. Gli esperti: frane di assestamento

Valtellina, l'agonia di Cima Thurwieser

Il giallo dei due tedeschi dispersi

DAL NOSTRO INVIATO - BORMIO (Sondrio) - Nessun disperso, dicono i comunicati ufficiali mentre la Cima Thurwieser, dai suoi 3.652 metri, ancora ieri continuava a ruggire e scaricare a valle torrenti di sassi («assestamenti» assicurano i tecnici mentre il sindaco di Valfurva, Idilia Antonioli, per prudenza, ha emesso ordinanza di sgombero dal Rifugio Campo in su che però pochi rispettano). Ai carabinieri o alla Finanza nessuna denuncia di persone non tornate a casa e pure il giro degli alberghi non ha dato esito.
Dunque, sotto i 10 milioni di metri cubi di macigni precipitati alle 13,40 di sabato in Val Marè sollevando una enorme nuvola nera di pulviscolo che ha oscurato il sole, non ci sarebbero vittime. Ma gli uomini che ispezionano il corpo della frana non riescono a mettersi l'anima in pace. «Possibile che nessuno abbia notato rientrare i due tedeschi avviatisi in mountain bike sul sentiero per il rifugio Quinto Alpini, mezz'ora dopo seppellito dai massi?», chiede preoccupato Luca Martinelli del Soccorso Alpino, tra i primi ad accorrere sul disastro.
Già, i due tedeschi. Un uomo e una donna, sulla cinquantina, zainetti in spalla, lui con il casco rosso. Nella Val Marè, che dalla Val Zebrù punta direttamente verso la corona di monti irta di picchi sopra i tremila, si erano fermati davanti al rifugio Campo, duemila di quota, a scattare foto e alle 11,45 la titolare, Rosa Zen, li ha visti riprendere il sentiero. Poi Augusto Vitalini, che alla Baita del Pastore (2.200 metri) curava le sue 28 mucche, ricorda bene che quando sono scomparsi dietro la curva erano le 13,10. «Se fossero tornati indietro non mi sarebbero sfuggiti», spiega il malgaro reduce da una notte insonne. «E se pure di qui fossero passati inosservati - conclude Martinelli - le colonne dei soccorritori li avrebbero incrociati».
Poche curve oltre la Baita del Pastore i piedi giganteschi della frana che in meno di un minuto ha divorato, dalla cima, 3-4 chilometri di percorso a zigzag cancellando il ghiacciaio e imprigionando sotto 50 metri di sassi il torrente Marè. Dell'area pic-nic, a 2.250 di quota, non resta che mezza panchina sfasciata. «Se la frana fosse caduta in agosto, quando c'era il pienone di escursionisti - dice ancora la proprietaria del rifugio - sarebbe stata una strage». «Da giorni la montagna si muoveva - aggiunge un'altro dei soccorritori, Severino Moranduzzo - ma chi pensava a una cosa del genere?».
E ora? Ora, parola degli esperti, il grosso di quello che doveva scendere è sceso. Ma basta questo per tranquillizzarsi? Per l'assessore regionale alla Protezione civile, Massimo Buscemi, non c'è motivo di allarmismo. La Valtellina è fragile ma tutte le frane che incombono sui centri abitati, dal Ruinon a Spriana, sono monitorate, anche un millimetro di spostamento è registrato in tempi reali. «E mercoledì - sottolinea Buscemi - faremo un'ampia ricognizione sul territorio, del resto da tempo programmata. Comunque tutto è sotto controllo, anche se la natura riserva sempre sorprese».
Per la prossima riunione del Consiglio provinciale di Sondrio, il presidente Fiorello Provera ha pronta una mozione per chiedere a Roma finanziamenti destinati a migliorare la messa in sicurezza del territorio. «In particolare - spiega - bisogna potenziare l'aeroporto di Caiolo perché sia agibile ad aerei più potenti e capaci di decollare anche di notte». Le autorità si muovono, ma anche la natura non sta con le mani in mano.

Andrea Biglia


La gigantesca frana causata dal ritiro del ghiacciaio

Valtellina, è precipitata la vetta della Guerra bianca

Il collasso geologico della cima delle battaglie tra alpini e austriaci

L'azione di gelo e disgelo ha provocato il movimento. Il presidente del Parco dello Stelvio: già stati smottamenti, ma mai di questa entità. Continuate le ricerche dei due tedeschi, gli uomini dei soccorsi: «Nella zona nessun disperso»

«Nessun disperso». Sono continuate le ricerche della coppia di turisti tedeschi segnalati nella zona della gigantesca frana che sabato si è staccata dalla Punta Thurwieser, in Valtellina. Ma ieri, gli uomini dei soccorsi della Regione hanno verificato che nell'area non risultano persone scomparse o escursionisti non rientrati. Il sindaco del comune di Valfurva ha emesso un'ordinanza di evacuazione per l'area a monte del rifugio «Campo», ma molte persone sono entrate ugualmente nella zona a rischio.
Martedì prossimo si dovrebbe tenere un incontro tra amministratori ed esperti per fare il punto sui dissesti monitorati in Valtellina dopo l'ultimo crollo. La frana della Punta Thurwieser si è portata via una pagina gloriosa della storia della Guerra bianca. Mentre gli austriaci avevano infatti scartato l'elegante cima a causa della sua difficoltà, gli alpini avevano scalato proprio le difficili rocce crollate l'altro giorno, sorprendendo i nemici, che, sicuri della loro posizione, stavano tranquillamente prendendo il sole sul ghiacciaio. Al crepitare delle prime fucilate gli austriaci avevano addirittura pensato che si trattasse di fuoco amico e avevano cominciato ad accusarsi tra loro, tanto erano lontani dal pensare che dei soldati potessero essere saliti su una delle più ardue mete alpinistiche dell'Ortles-Cevedale.
Crolli come questo che ha interessato l'elegante cima del Parco Nazionale dello Stelvio ci pongono una volta di più di fronte alla misteriosa vita geologica delle montagne. Non solo le Dolomiti, ma anche le vette ghiacciate della più vasta area protetta d'Europa si evolvono disgregandosi pietra dopo pietra. Ho trascorso la settimana scorsa a Bormio. Le montagne sono state imbiancate dalla prima nevicata che ricorda la fine dell'estate. Di giorno il sole era ancora caldo e anche in quota la neve ha cominciato a sciogliersi, infiltrandosi in profondità con sottili rigagnoli. Le notti però, soprattutto in alto, sono già fredde e l'acqua di scioglimento rigela spaccando la roccia. Ecco spiegato il meccanismo che ha causato il crollo. Certo le piccole dilatazioni degli ultimi giorni hanno dato solo il colpo di grazia. Il processo era in atto da anni e forse da secoli, unità di tempo che nella vita delle montagne sono solo un soffio.
«La sera prima del crollo - ricorda Erminio Sertorelli, guida dell'Alta Valtellina - un collega era per caso accampato in tenda con gli ultimi clienti di stagione sotto il Monte Confinale. Per tutta la notte ha sentito scariche di sassi e il fenomeno era tanto più singolare considerando che faceva molto freddo. Evidentemente erano le avvisaglie della frana che sarebbe scesa dopo poche ore».
Perché nessuno diede l'allarme nei giorni precedenti? Terminate le vacanze di agosto, le montagne sono ora meno frequentate e anche il rifugio V Alpini è chiuso da una settimana. Nessuno dunque poteva avvertire l'insolito aumento della frequenza dei crolli. «All'origine della frana - prosegue Sertorelli - credo ci sia comunque anche l'abbassamento del ghiacciaio sottostante, iniziato da alcuni decenni. Alla parete rocciosa è venuta a mancare la sua base, ha cominciato a destabilizzarsi e poi giorno dopo giorno l'azione del gelo e del disgelo ha fatto il resto, fino al collasso geologico che abbiamo visto».
Per fortuna, assicurano i tecnici del Soccorso alpino che hanno sorvolato la cima in elicottero, il canale della via normale dal lato valtellinese e lo spigolo est, che è una grandissima classica del gruppo dell'Ortles-Cevedale, sono stati risparmiati e l'estate prossima potranno venire percorsi con una certa sicurezza dalle cordate. «Ma anche sul versante settentrionale - spiega Markus Reinstadler, conduttore delle unità cinofile dell' Alto Adige - si nota una forte riduzione del manto nevoso e perfino sullo spigolo affiorano i detriti».
La montagna cambia, ovviamente con i suoi tempi geologici, ma certo a distanza di poco più di un secolo Guido Lammer incontrerebbe oggi qualche difficoltà a ripetere la sua fortunosa solitaria alla nord della Thurwieser, resa celebre da un capitolo di Fontana di giovinezza, il libro-manifesto del Nietzsche della montagna. «Ora si tratterà di fare uno studio geologico sulla zona - conclude Ferruccio Tomasi, presidente del Parco Nazionale dello Stelvio -. Gli smottamenti c'erano stati, ma mai di un'entità tale da minacciare la strada di accesso al rifugio V Alpini. La frana apre un nuovo scenario, all'interno del quale dovremo cercare di ricollocare la presenza dell'uomo, ovviamente con tutte le garanzie di sicurezza. Ma questa non è un'emergenza: è il fascino profondo della montagna, un territorio grandioso e severo nel quale dobbiamo imparare a entrare in punta di piedi».

Franco Brevini

(Articoli de Il Corriere della Sera del 20 settembre 2004)